Difetto (a)sociale

Questa mattina, giocando con l’autoradio che aumenta il volume in base al tachimetro, ascoltavo Radio Jukebox (Vuoi accoppiarti ma non puoi permetterti nemmeno una gara di burlesque cinese? Manda un sms a Radio Jukebox, i preservativi li pagano loro!) e ad un certo punto mi sono soffermata sul testo della canzone in onda:

Anche questa è vita: un lavoro che non sopporti ma che devi fare, perché senza uno stipendio sei un difetto sociale…

Mi imbatto regolarmente in chi lavora in nero con la convinzione di guadagnare di più (vienimelo a raccontare quando ti troverò a pianger miseria a La vita in Diretta perchè prendi due lire centesimi di pensione), in chi spende 700€ di aifon ma che gli fa fare la modifica perchè le app da 99 centesimi sono troppo costose (e questo meriterebbe un post a parte) e in chi si lamenta che c’è la crisi e non si trova un impiego, ma nonostante tutto può permettersi più vizi di me che lavoro nella stessa azienda da 3 anni e mezzo.

Chi o cosa a questo punto è il difetto, visto che a quanto pare continuo a non essere in grado di adeguarmi al pensiero di quella che ormai sembra la maggioranza?

La furbetta del carro attrezzi

Il carro nonfunebre di casa (leggi: la Skoda Fabia Wagon comprata poco meno di 8 mesi fa) ha sfidato ogni livello della mia pazienza.

Passi la chiusura centralizzata che mi ha fatto passare per ladra della mia stessa auto più e più volte, in accoppiata con l’antifurto a sirena.
Passi la spia dello scarico perennemente accesa, della quale chiunque mi ha detto “non è niente”. E allora perchè ti accendi, accidenti?
Ma il computer di bordo che si mette a suonare e mostrare messaggi stile “spegnere IMMEDIATAMENTE il veicolo, che esploderà in 30 secondi ma preoccupandosi di eiettare tutti i sedili occupati” per 3 volte in 45 minuti e rigorosamente sui tratti di autostrada senza corsia d’emergenza… a quel punto inizio a pormi delle domande, sotterro l’impulsività, noleggio la fermezza e corro in officina Audi (che è quella che si occupa dell’assistenza delle Skoda, insieme a Volkswagen).

Senza prendere fiato per respirare abbozzo un “temo di avere qualche problema con la mia auto nuova, e siccome ho la fortuna di avere un lavoro non ho intenzione di spendere un centesimo per la vettura sostitutiva”.
Il tizio (l’accettatore?) sfodera tutta la sua empatia (maledetto!) e mi dice: “è prevista la vettura sostitutiva per tre giorni se attiviamo il servizio di Mobilità Stradale, ma se il cliente si reca in sede costa 40€ al giorno”.
Non esce una parola dalla mia bocca, ma la mia testa inizia a fare “no no no no no” da sola, costellata dallo sguardo più perplesso di cui disponga stile credo di non avere capito.

Andiamo alla mia auto, prendiamo l’astuccione sotterrato sotto il sedile. Mr. Accetta (quella con cui vorrei colpirlo ripetutamente) mi indica il numero verde dicendomi “vada fuori da qui e chiami il numero verde, verrà un carro attrezzi a prenderla e portarla qui”.

Credo che la mia mascella sia rimasta paralizzata davanti all’officina in quel momento, salgo in auto e faccio 5 minuti di strada mentre penso dove potrei casualmente ritrovarmi con l’auto in panne. Quattro frecce davanti a due bidoni della spazzatura. Mando una mail al capo (che vivendo insieme al suo Blackberry so che leggerà in tempo zero) e chiamo.

Mentre ripercorro il classico luogo comune in cui il carro attrezzi arriva un secondo prima dell’incidente stradale, fornisco i miei dati all’operatrice. “Le arriverà un sms sul cellulare (che non mi hai chiesto e che stai usando senza il mio consenso, ma sorvoliamo) con l’orario di arrivo del carro attrezzi”. Sono le 10:35 e mi chiedo il perchè di tutta questa sceneggiata all’italiana.

Dopo 20 minuti arriva l’sms: “il suo carro attrezzi arriverà alle 11:23”. Balle, salgo su un ricettacolo di batteri e tabacco guidato da un conducente con la sbandata facile che sono le 11:45.
Ritorno in officina, mi danno le chiavi di mezza auto sostitutiva con 3 porte e 3 metri e mezzo di lunghezza (ma un bagagliaio che sembra la borsa di Mary Poppins!) e riesco ad arrivare in ufficio (che dista una decina di minuti dall’officina) alle 12:30. Bello l’orario flessibile, anche quando ti fa restare al lavoro fino a quando sono già usciti praticamente tutti.

Mi mancano i miei controlli al volante, ma l’odore di auto nuova compensa… sarà che secondo me viene creato con l’aggiunta di qualche oppiaceo. Se così non fosse le case automobilistiche sarebbero già saltate in aria tutte, altro che autocombustione davanti all’Agenzia delle Entrate!

La mia prima volta da mamma single

Dopo 1 anno, 4 mesi e… mezzo, le congiunzioni astrali hanno permesso che la prole restasse per la prima volta col papà per 24 ore filate e la sottoscritta saltasse in auto, a 200Km da casa.

Il premio “mamma degenere” l’ho già ritirato più di 15 mesi fa, in cui ho affidato il pupo alla nonna materna e mi sono ritrovata col mio Lui a sorseggiare cappuccino in Autogrill alle 3 di notte. Dovevamo pur trovare il lato positivo nelle motivazioni meno felici della trasferta improvvisata, no? E non è nemmeno stato un caso isolato.

Questa volta è stato come vivere in una bolla. E, per quanto sia ancora nella fase di adorazione del proprio figlio (che termina verso il suo inizio delle scuole superiori, se non prima), è stato splendido. Ci sono tante cose che in prima battuta si affrontano pensando “sarà diverso, io non farò così” e, terminata la dolce attesa, diventa “ma che beata min***a avevo in mente”, ma su questo ci tenevo e tengo ancora che sia così.

Sono una mamma, ma prima di tutto una donna. Con tutte le sfaccettature del caso: amica, amante, lavoratrice, figlia, criminale e chi più ne ha più ne metta.
Per cui mettiamo le cose in chiaro: so cosa siano doppia pesata e pappa lattea ma so anche che adoro fare l’alba con le persone che amo, e non necessariamente sotto il metro di altezza.
E che possano legalmente bere alcolici.
E che conoscano consapevolmente le conseguenze di sfoderare la carta di credito alle 3 di notte per una vendita privata online.

Direbbe lei, son cose. Compreso salutarci pensando già a programmare la prossima puntata.

Anna Lisa, 6 mesi dopo

Sembra tanto vicino quanto lontano quel giorno di inizio ottobre, ma nessuno ti ha dimenticata, anzi. Da oggi sarai un bellissimo esempio di vita per molte altre persone che magari non hanno avuto la fortuna di “scoprirti” prima che smettessi di soffrire.
Finalmente il tuo tributo è in tutte le librerie, e in qualità di chi ha riletto il tuo blog tantissime volte sarà un onore mettere il tuo libro sul comodino delle persone che amo.

Epifanie cosmetiche

Credo che non esista donna che non abbia più cosmetici di quelli che realmente usa. Considerato che anche il sapone per le mani rientra in categoria, è l’anello di giunzione tra la diva e la scimmia ammaestrata.
Qualche tempo fa Giuliana si chiedeva come si fa a “finire” un ombretto, escludendo la volta in cui ne ho rovesciato uno nel lavandino (e considerato che era di un bel nero coprente, sembrava di avere un camino esploso nel bagno) ho fatto una scoperta dell’acqua calda: tutti i cosmetici, in un modo o nell’altro, scadono!

– Se non c’è scritto a chiare lettere (come succede sui prodotti bio, o su tutto l’armamentario Lush) si intende che il prodotto chiuso è garantito per almeno 30 mesi;
– Sulla confezione e sul contenitore solitamente è stampato un barattolo aperto stilizzato con un numero seguito dalla lettera M (dicesi PAO: period after opening), ed indica il numero di mesi dall’apertura oltre i quali non si garantisce più nulla sul prodotto in questione

Dopo non aver comprato quasi più niente per un sacco di tempo, il diavoletto tentatore dentro di me si sta già sfregando le mani. Comunità di recupero, sto arrivando! 😉

Dammi una lametta che mi (Equi)taglio le vene

Ogni volta che mi fermo in area di servizio l’occhio cade sul libro “l’avvocato di me stesso”. Non manca mai la battuta verso il compagno di viaggio del giorno: “ecco il testo che cambierà la tua vita!”.
Fino a qualche anno fa l’avvocato era il supereroe dei contendenti di Forum, oggi se non ne conosci uno non entri nemmeno al lounge per l’happy hour… e niente foto col logo del locale in sovraimpressione da spiattellare su Faccialibro, è socialmente inaccettabile!

Una giornalista del Resto del Carlino ha pubblicato “Resistere a Equitalia”, una sorta di manuale di sopravvivenza alla raccomandata assassina più temuta degli ultimi anni. Un esempio?

Quando arrivano a casa bisogna prima di tutto chiedere la sospensione che può avvenire per via giudiziale, amministrativa ed in taluni casi dall’agente della riscossione. Procedere immediatamente con un’istanza in autotutela, la quale non sospende i termini per il ricorso: se non interviene lo sgravio della cartella entro 30 giorni, occorre procedere con il ricorso in commissione tributaria per evitare che il titolo diventi definitivo.

Premesso che chiunque sa cosa siano un’istanza in autotutela e una commissione tributaria, l’amico avvocato del lounge vi spiegherà che la prima è una lettera dai modi gentili in cui si chiede a chi ha chiesto di pagare di ripensarci, magari dando delle motivazioni sensate (“non c’ho una lira” non è contemplata). Chiunque può occuparsene, con carta e penna o tastiera, con qualche termine forbito qua e là. Bello, eh?

Allora qualcuno mi spieghi perchè se non c’è una firma di un avvocato il tutto viene considerato come i pensierini dei primi anni delle elementari. “bello, bravo, ora torna a giocare in autostrada” è il massimo a cui si possa aspirare e non prima di tempi biblici.

Vorrei far due chiacchiere con l’autrice del libro e spiegarle che se avesse scritto qualcosa di sensato saremmo tutti più ricchi, e io non avrei perso settimane a spedire fax, raccomandate e molteplici copie di ogni cosa per poi scoprire che sopra i 1100€ non si può andare dal Giudice di Pace senza un avvocato. Vaglielo a spiegare che l’avvocato del lounge è compagnone, ma ha bisogno di lavorare anche lui e la parcella la vuole pagata lo stesso. E profumatamente!

Enneciesse*

FacepalmPotrei pormi delle domande sulla mia “sbandata” per i cosmetici di nuova generazione, ma nel frattempo ho esagerato con i trattamenti da divano e il mio contorno occhi sta meditando di denunciarmi per violenza domestica. Così viene a galla il tormentone del giorno sui social network: negli ultimi 2 mesi 21 persone hanno tentato il suicidio per sfortune sul lavoro, e per molti di questi il tentativo è persino andato a buon fine.
Ripresa economica (e non solo): lo stai facendo nel modo sbagliato. Poco importa che io non sia (per ora) nella schifezza lavorativa, ma se questo è l’andazzo come paese non possiamo che peggiorare.

*Nei peggiori bar di Caracas: “non ci siamo”

Il vero sballo è dire no

NOGli inviti via mail sono ormai pratica sociale nota.

Posso accettare un invito ad una festa a 90Km da casa, di domenica, alle 22. Tanto il pupo me lo metto in borsetta e lo lascio al guardaroba.
Posso spremere le meningi sul come seguire il dress code un po’ bizzarro, immaginandomi ballerina di charleston con fiaschetta di alcool di contrabbando nella giarrettiera e un lecca lecca attaccato al bocchino.
Posso convincere il lato di me che non frequenta posti dove non si riesce a parlare, causa ressa e/o musica, che per una volta non morirò.

Posso sorvolare sul fatto che la mail sia indirizzata a me e a qualche altro centinaio di destinatari in bella vista… No, questo proprio NO.

Salviamo una coronaria, utilizziamo di più il campo ccn (o bcc che dir si voglia).

Sono le persone inutili…

Se Vallesi si fosse preso 21 (Ventuno. Glom. Ma non era ieri il 1991?) anni di tempo, probabilmente la sua canzone avrebbe parlato di ben altro genere di persone.

So essere la persona più logorroica di questa terra, eppure prova a fermarmi per strada, in ascensore, in sala caffè o alle poste e il mio cervello si spegne nel tentativo di cercare spunti di conversazione. Persino se mi chiedono come stia il quasi neonato di 16 mesi nel periodo in cui ogni giorno è una scoperta, o come vada il lavoro… riesco a riassumere il tutto in non più di 5 parole. Il mio errore madornale è pensare che alla gente non importi, o che sia interessata solo a conversazioni serie. Tutt’altro.

Una volta c’era il giornalista, poi riconvertito in opinionista. Poi siccome non esiste l’albo degli opinionisti, chiunque ha deciso che voleva un posto a sedere nei migliori, ma soprattutto nei peggiori, salotti che i mass media possano offrire.

Dopo aver letto che una blogger (ma non faremo nomi, o cercheremo di non definirla tale) ha preteso un compenso a quattro zeri per presenziare ad un evento, si arriva a pensare che forse si dovrebbe cominciare a tacere un po’ di più, onde evitare di farla fuori dal vasino.

Inizio a pensare che la crisi sia delle nostre menti più che delle aziende…

Il bagarino 2.0

20120404-225939.jpgPer andare a un concerto, ad una partita o simili da sempre ci sono due possibilità: scavalcare i cancelli (con conseguente gita in Pronto Soccorso per procurarsi opportuni trofei di guerra) o scendere a patti col bagarino.
Lui ti guarda, tu guardi lui. Stringi nel pugno i risparmi degli ultimi 6 mesi, pregando e sperando che domanda e offerta trovino un ragionevole compromesso.

Nell’era del decreto salvaquesto e della riforma stringiforte, bisogna pur aggiornarsi. E spopolano in rete portali di “raccolta e rivendita biglietti per eventi”.
Il prezzo non è trattabile, se non tra se stessi e le proprie elucubrazioni mentali.
Paypal ci mette di suo, approcciando lo stile “se usi solo mail e password non è mai successo”.
Senza nemmeno strisciare la carta qualsiasi attesa è azzerata.

Meno di 24 ore dopo il bagarino manda una mail di scuse, annunciando di aver finito i biglietti e che, con calma e per piacere, restituirà la strisciata al mittente. Sia ben chiaro, la calma è quella delle banche che avevano tempo fino a gennaio 2012 per smetterla di impiegare ere geologiche per eseguire un bonifico.

Per la gioia del conto in banca, un DVD e un paio di bibite ghiacciate dovrebbero trasformare un iniziale fallimento in un potenziale successo.