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RunFefyRun: (un)happiest 5K on the planet

Avrei voluto affrontare questo argomento per la prima volta sul blog in altri toni, ma questo ho tra le mani e questo finirà su tastiera. Sarà per un’altra volta.

Da mesi si parla della Color Run (Google è vostro amico, preferirei non mettere il link): prendi un parco a casa in una decina di città italiane e organizza una corsa giocosa di 5Km. E’ pur sempre una buona occasione di passare un pomeriggio diverso dal solito con l’amico passeggiatore e quello che si allena per le mezze maratone (21Km, per i non addetti). Si garantisce musica, spruzzate di colore a base di farina di mais e divertimento a fiumi.

Ridendo e scherzando in ufficio formiamo un gruppetto di 10 persone, così possiamo pagare qualcosa in meno con l’iscrizione per gruppi. Se il sito funzionasse, ben volentieri.
Le mail di conferma arrivano a spizzichi e bocconi e si raccomanda fortemente in ognuna di esse di consegnarle al momento del ritiro del pacco gara per fare tutto in regola. Nella realtà dei fatti mi chiedono il cognome, mi chiedono se sono io quella per cui ritiro il pacco gara e nulla più. Considerato che a prezzo ridotto ho pagato 21€ mi aspettavo qualcosa di più.
Il pacco gara contiene: una maglietta bianca, una collana di fiori, una fascia di spugna, due tatuaggi e una miriade di coupon con scritto “vieni allo stand dello sponsor X e ti diamo un omaggio”.

Dovendo decidere se correre armata di omaggi, decido di ritagliare uno spazietto nei leggings da corsa (dove a fatica entra il mio giunonico smartphone). Normalmente nei pacchi gara è presente anche da mangiare o da bere (ufficialmente per rifocillarsi… poi ho trovato pacchi gara con caffè in grani e birra, ma questa è un’altra puntata), ma in questo caso c’è una striscetta staccabile cucita ad un pettorale con scritto “consegnami dopo il traguardo per una bottiglietta di “acqua addizionata” dello sponsor. Scelta discutibile ma comprensibile, considerato che la gente per qualcosa di gratis ammazzerebbe anche i parenti prossimi.

Sul sito dell’evento è altamente specificato che i colori spruzzati sono facilmente lavabili, ma le voci di corridoio consigliano di ungersi da capo a piedi per non ritrovarsi i capelli arcobaleno vita natural durante. Nel dubbio metto la protezione solare in viso e mi armo di cappellino/bandana per la chioma.
La partenza è prevista alle 15:30. Arrivo più di un’ora prima e trovo parcheggio a fatica, con migliaia di persone che hanno già trasformato il parco della Pellerina in una riedizione di Woodstock soprattutto in termini di sporcizia. Molta gente è già ubriaca, sotto il palco l’odore delle canne entra nelle narici anche se sono iper raffreddata.

Mi ricongiungo col gruppo verso le 15, ci guardiamo e decidiamo di avvicinarci al traguardo mentre gli altri pogano con le canzoni di Lorenzo Fragola dal vivo sotto un cielo che non promette nulla di buono. La situazione è questa:

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No, l’arco blu non indica la partenza ma che mancano circa 300 metri a raggiungerla. Non che cambi chissà cosa, però ci aspettiamo uno sparo alle 15:30 tra una chiacchiera dello speaker di turno e l’altra e una decina di minuti per partire tutti quanti.
Si fanno le 16, e continuiamo ad essere fermi. Al massimo ci siamo spostati di 50 metri perchè qualcuno ha dato forfait. Ogni tanto biciclette e bambini si levano da quel mare di folla che diventa sempre più pressante. Come da previsioni meteo inizia a cadere qualche goccia, e solo arrivati all’arco blu ci rendiamo conto di non essere una folla abbandonata in corso Appio Claudio ma che c’è uno speaker che spara due cavolate in giubbottino antipioggia e sotto un gazebo. Più che partenza scaglionata cambierei una vocale.

Alle 16:35 Runkeeper dice che si parte sotto il diluvio. A dimostrarmi che se volevo correre al parco ho scelto le modalità sbagliate il GPS dichiara forfait. Ai primi 300 metri la folla, che già cammina come se facesse le vasche in centro, si blocca e non capisco il perchè, poi scorgo una gelateria. Mi faccio strada e proseguo, seguendo con lo sguardo le colleghe con cui condivido il passo.
Il percorso non è contrassegnato, per cui il gregge si muove un po’ a caso. Ho visto gente scavalcare muretti e arginare fossati con grazia inenarrabile, ma forse avevano beccato lo spacciatore di anfetamine nascosto dietro lo stand del tonno poco prima della partenza. Con la mia proverbiale fortuna io ho visto solo i camion dei porcari che prendevano 5€ per travasare una Beck’s in un bicchiere di plastica.
Tralasciando le prove colore in cui la gente si ferma a fare i selfie con la bocca impastata di farina di mais fucsia, ad un certo punto un terribile ostacolo: UN PONTE. Ripenso alle parole del mio schiavista (ciao Beppe, ti voglio bene!) che mi dice “se c’è pendenza i passi piccoli e le braccia danno la spinta!”, se non fosse che la bolgia è nel panico e sento anche qualcuno lamentarsi perchè dopo 2Km ha male dappertutto. Vedo delle brecce e mi faccio strada, qualcuno mi urla “stai sereno!” mentre si accende una sigaretta.

Dopo 33 minuti vedo (con le lenti che necessiterebbero di tergicristalli) il traguardo. Un gruppo decide che gli ultimi 200 metri sarebbe carino farli di corsa ad evento con la parola “Run” nel nome, e lo fa saltando nelle pozzanghere di fango in pieno stile Peppa Pig. Complice il freddo, la stanchezza, il nervosismo e la fame sfoggio il mio miglior mood principesco lanciando un paio di improperi e corro a cercare da bere.
Del pettorale non c’è più traccia, vuoi perchè durante la partenza scaglionata ho preso tanti di quegli spintoni che ho dovuto ri-agganciare le spillette da balia almeno tre volte e vuoi perchè il diluvio lo ha ridotto in condizioni pietose. Per fortuna me ne sono accorta e ho staccato la striscetta giusto in tempo, sperando di non ritrovare palline di carta nella tasca all’arrivo. I volontari si rifiutano di dare da bere senza striscetta, d’altronde se sono fradicia e con una maglietta dell’evento sporca di qualsiasi colore è certo che arrivassi da tutt’altra parte. Mando giù le mie 125Kcal di zuccheri tutto d’un fiato e vado allo stand Brooks alla ricerca di riparo e di rifarmi gli occhi con delle scarpe da corsa di un certo livello. Un addetto mi dice “non può stare qui, stiamo chiudendo” e i miei coupon gelosamente conservati se avessero la facoltà esclamerebbero ulteriori improperi da principessina.

Mi lancio in auto con i vestiti incollati al punto di non riuscire a togliermeli e cerco di imboccare la strada di casa. Il parco è ridotto ad una discarica, ma di buono c’è che per arrivare ad ammettere che anche io, coi miei tempi senili e le mie tecniche quasi inesistenti, sono una runner è servito un evento che arrivasse quasi a farmi vergognare di esserlo.
I colleghi mandano messaggi su Whatsapp e so per certo che ricorderemo questo disastro come una storia in più da raccontare col sorriso sulle labbra, possibilmente davanti ad una birra e all’asciutto. O macinando Km alla prossima gara.

Intanto l’organizzazione può vantarsi dei 20000 iscritti, o dei quasi 500000€ incassati per lasciare la gente abbandonata a se stessa e alla sua (in)civiltà. Ma sono certa che ad ogni tappa e ad ogni edizione continueranno a fare il pienone perchè non impariamo (quasi) mai.

Per fortuna domenica prossima c’è la Stratorino, e le mie Asics Gel Kayano saranno maltrattate per una giusta causa.

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4 thoughts on “RunFefyRun: (un)happiest 5K on the planet

    1. Non tantissimo, perchè per fortuna avevo una maglietta leggera a manica lunga sotto la t-shirt… altrimenti sarei morta prima!
      Guidare per un’ora coi vestiti bagnati appiccicati è stato terribile e quando mi sono spogliata avevo colore arancione perfino sul reggiseno sportivo!

    1. Secondo me non rimborseranno un tubone e faranno lo stesso il botto sia nelle altre città sia nelle prossime edizioni… che tristezza!

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